CONVERSAZIONI CON ALBERTO CASIRAGHY

Alberto Casiraghy in corsivo

Cesare Vergati in tondo

Scrivo aforismi da tanti anni. Ho scoperto che fa conoscere sé stessi. Infatti ho cominciato a conoscere me stesso grazie alla scrittura dei miei aforismi. Come se buttassi dentro di me una notizia. Ho vissuto nuovamente quest’esperienza in più occasioni. In una scuola ho chiesto ai bambini di inventare un aforisma, di dire un pensiero. Una bambina ha esclamato d’improvviso: «Ma, Alberto! Non mi viene nemmeno un aforisma.» L’ho inviatata allora a fare un tentativo: «Prova a entrare dentro di te, vedrai che gli aforismi sono lì, che ti aspettano.» Infine la bambina si è espressa così, peraltro in modo davvero sorprendente: «A volte scrivo un aforisma sulla sabbia; poi arriva il mare, lo prende e lo fa conoscere ai pesci.»

Il meraviglioso creativo universo dei bambini che, molto spesso, non viene preso in giusta considerazione; verosimilmente a causa di un presunto incomunicabile abisso posto tra il loro mondo e quello adulto. E nondimeno l’universo infantile rimane, per fantasia e audacia, fondamento incontrovertibile d’ideazione, d’invenzione nell’intimo d’artista. Gli aforismi dovrebbero auspicabilmente far parte di un insieme coeso, d’una opera coerente, così da riflettere la visione personale del mondo dell’autore. Si fa torto agli aforismi se messi su carta in modo incolore, in un tutto insipiente disordine; volti alla sola ricerca dell’effetto, tali da suscitare nel lettore il legittimo sospetto di trovarsi in presenza d’una scrittura posta in atto non importa come.

È vera questa cosa. Un solo aforisma non forma un’opera. Se Stradivari avesse fatto un solo violino, non sarebbe rimasto nella storia quale straordinario ideatore di strumenti a corde; ha creato infatti tanti e vari violini, tutti meravigliosi. Ritengo importante che si coltivino gli aforismi. Non basta piantare un semino solo; occorre piantarne tanti: così si avrà un bel raccolto. Del resto, considero molto importante selezionarli, fare una giusta cernita. È un errore pensare che tutto quello che viene in mente sia buono: serve senz’altro dare una coerenza, presentare un’opera significativa. Evitare insomma la tentazione di dire tutto e il contrario di tutto.

Perché si possa ingenerare un’atmosfera, una singolare temperie: propria all’aforista. Talvolta succede che il tentativo di scrivere un aforisma si dissolva in una battuta di spirito, in un motto; ovvero che seduca al calembour, sebbene nell’estro d’una certa pur gradevole leggerezza. L’importanza della cura, della qualità nella scrittura richiama alla mente un pensiero quanto mai attuale, penetrante, invero pungente, di Paul Valéry (Variété III, IV et V: “Tout le monde tend à ne lire que ce que tout le monde aurait pu écrire. D’ailleurs, puisqu’il s’agit enfin en littérature d’amuser son homme ou de lui faire passer le temps, ne demandez l’effort, n’invoquez point la volonté : ici triomphe la croyance, peut-être naïve, que le plaisir et la peine s’excluent. Quant à moi, je le confesse, je ne saisis à peu près rien d’un livre qui ne me résiste pas. (“Tutti quanti tendono a leggere quello che tutti quanti avrebbero potuto scrivere. D’altra parte, poiché, in fin dei conti, il compito della letteratura è di divertire o di far passare il tempo, sembra che non sia lecito esigere sforzi, invocare la volontà; ove si dichiara la convinzione, forse ingenua, che piacere e difficoltà si escludano reciprocamente. Quanto a me, confesso che non afferro quasi nulla d’un libro che non mi opponga resistenza”, Varietà, se, p. 214). La condivisione d’un aforisma richiede in realtà l’esercizio di un inalienabile diritto all’ascolto, in ambito certo d’una intensa attenzione al fine d’evitare superflui corollari; intesa a far percepire i molteplici aspetti, potenzialmente infiniti dello scrivere.

D’altronde non è detto che un laureato scriva migliori aforismi. Ho sentito dire aforismi stupendi dal mio amico falegname, che è quasi incolto; e nondimeno lui ha una poesia dentro, vale a dire la poesia della sua vita. Ecco alcuni proverbi africani che amo molto: “Guardare l’acqua non fa passare la sete”, un aforisma di grande suggestione; “La forza del coccodrillo si manifesta quando sta nell’acqua”. Sono saggezze che diventano pensieri. Gli aforismi sono nati con me, perché compongo con caratteri mobili.

Per la formazione d’aforismi, accanto alla leggerezza e al senso dell’umorismo, si presentano imprescindibili elementi quali: la gravità, il tragico, il drammatico. L’esigenza quindi di uno sguardo a tutto tondo; l’intento di scansare qualsiasi forma d’ideologia, di capriccio, di messaggio atto a ottenere un plauso comune, ovvero ancor più superficialmente ad attendere a una retorica ampollosa.

La retorica non è amica degli aforismi. Per mio conto devo a Oscar Wilde dei soldi per diritti d’autore: “Chi dice la verità prima o dopo verrà scoperto.” Ho stampato quest’aforisma una decina di volte. Bella l’idea che debba qualcosa a Wilde, a Mahler, o a Cioran che scrive: “Dopo tutto sono un vigliacco perché non ho ancora avuto il coraggio di suicidarmi.”

La tutta gravità di Cioran, per l’appunto.

Molti amici e conoscenti scrivono aforismi da anni; si tratta effettivamente d’un esercizio quotidiano. Il pensiero va anche a Camillo Cuneo, che ha scritto: “Leggo tutto tranne i libri.”

Il gusto del paradosso. Un aforisma possiede qualità quando viene espresso bene: solitamente in modo conciso e poetico.

Assolutamente sì! Si legge meglio. Gli aforismi di Nietzsche, che secondo me sono di grande qualità, sono a volte troppo lunghi.

Un aforisma, nella mia sensibilità, non indulge nell’allocuzione; nella pretesa di un discorso davanti a una vasta adunanza compiacente. Una certa epoca usava intendere pensieri lunghi e aforismi come un tutt’uno. Ovviamente un aforisma contiene un pensiero che andrebbe tuttavia detto in forma originale, omettendo inconcludenze, prolissità; con il fine, soprattutto, di schivare quella feroce bramosia incline a far uso di troppe parole, quasi fosse un alibi: concepito con il proposito d’escogitare opera di persuasione.

Negli Idilli di Messina di Nietzsche, ad esempio, si percepiscono pensieri profondi, sovente celati dietro troppe parole, come se avessero bisogno di essere estrapolati.

Una tendenza questa presente, evidentemente, nella poesia contemporanea, in gran parte incurante del valore della sottrazione. Sottrazione che si giova dell’uso d’un naturale necessario bulino al fine d’asportare bavature indifferenti al poetare.

Questo avvalora quello che mi hai sempre detto: che uno deve aver letto e poi deve aver cancellato tutto.

Esattamente! Far finta di non aver letto alcunché. Diventare autonomo, far affidamento unicamente sulla farina del proprio sacco, in luogo di mostrare insensato sfoggio d’innumerevoli nozioni.

D’altro canto non si deve dire per vanto “non leggo niente”; sarebbe come dire “sono talmente incolto che divento bravo”.

Difatti l’intuizione non nasce dal nulla. Perfino quando s’improvvisa, si ha invero maestria del mezzo d’espressione: così da dire bene.

Se si è impreparati tecnicamente non si è liberi.

Quando si crede l’intuizione venire dal nulla, risulta impossibile darle una forma precisa. L’intuizione poggia invece su qualcosa di preesistente, comunque; tramuta allora, verosimilmente, in una nuova natura.

Glenn Gould improvvisava benissimo, con le note.

D’altra parte la lettura d’un aforisma, preferibilmente, si fa a tutto tondo; per tutti i lati, a trecentosessanta gradi; la ricchezza intima dell’aforisma. Importa il senso del complesso, nella sua intrinseca costituzione chimica, costituita da più materie.

Si può andare anche a trecentonovanta gradi, e oltre.

Se l’aforisma non si consente volontà di sentenza, a maggior ragione non dovrebbe andare alla ricerca di parabole. Potrebbe essere inteso eventualmente quale espressione brevissima di racconto; come motivo d’ispirazione per una o altra narrazione sulla base d’un preciso stile letterario.

Certamente! Wittgenstein scriveva: “Qual è, in definitiva, il compito della filosofia? Indicare alla mosca la via di uscita dalla bottiglia.”

Il linguaggio nel suo dire non si contenterebbe dell’approssimazione; di guardare inerme allo spettacolo d’un mondo esangue.

Un bell’aforisma di Valéry: “Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.” Un altro, di Leonardo da Vinci: “Lo specchio, soprattutto lo specchio, è il tuo maestro.” Che finezza!

Il pensiero di Leonardo mira a mettere in rilievo la centralità dell’opera con cui deve fare i conti. Nel rifuggire dal paragone con altri autori; paragone che invoglia a esaltare sé stessi. A questo proposito Auguste Comte de Villiers de l’Isle-Adam (Sentimentalisme, p. 133 Contes Cruels) scrive, tra il serio e il faceto: “Je m’estime peu quand je m’examine; beaucoup quand je me compare” (“Mi stimo poco quando mi esamino; molto quando mi confronto”; Sentimentalismo, Editori Riuniti, p. 139). Ogni scritto si vorrà il frutto dell’impegno e dell’ingegno. L’andare per vie contorte viene deriso da Flaiano in un gustoso pensiero invero birichino: “In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco” (La solitudine del satiro, Rizzoli, p. 207 ); così accade infatti nel prolisso dello scrivere e del dire. La fluidità, quando insita nella concisione, potrebbe dare perfino l’impressione del viaggio, precisamente del racconto d’un viaggio; d’un movimento che non esaurirebbe i suoi significati a una prima lettura.

Sono d’accordo! Dipende anche dalla cultura, dalla sensibilità di una o di un’altra persona. Ecco alcuni pensieri da alcuni ritagli che conservo con piacere. Ne ho pubblicati molti, in forma di eleganti libricini. Dal comune amico Giampiero Neri: “Sono un ottimista pentito.” Questo di Saba: “I poeti devono fare una poesia onesta.” Questo di un amico: “A me piace la gente che sa impazzire con gioia.” Di Chopin: “Non vi è vera musica senza un pensiero nascosto.” Questo l’ho scritto recentemente: “Mangiamo per nutrire la morte.” Di Ezra Pound: “La formica è un centauro nel suo mondo di draghi.” Questo di Tito Balestra: “Se hai una montagna di neve tienila all’ombra.” Di Guia Falck: “Gli animali sono perfetti perché non cercano la perfezione.” Di Sofocle: “Prendi tua figlia e insegnale lo splendore della disobbedienza.” Di Leonardo da Vinci: “Non mangio niente che abbia un cuore.” Di Ungaretti: “La poesia è poesia quando porta in sé un segreto.” Del nipotino Daniele: “Quando ero nella pancia della mamma ho fatto tante cose che non posso dirvi perché avete paura.”

Affinché vi sia senso della sintesi, della brevità, giova avvalersi della composizione, come in ambito di musica, o di qualsiasi testo. Quel che tu fai nel formare i tuoi libricini. Un aforisma d’altronde andrebbe considerato come concetto di frammento: contrapposto al concetto di sistema; poiché non ambisce a un universale, il quale punta a sussumere il tutto a un’idea unica. Non rientra pertanto in un meccanismo preordinato, definito a priori. Sappiamo il frammento di un reale, di un immaginario, di un mondo fantasmagorico. Per cui un frammento suggerisce l’uso di parole necessarie. Nulla più.

Sono totalmente d’accordo! Il mio mondo è fatto di caratteri mobili. Per cui dico che: “Il carattere mobile va reso immobile.” Quando leggo un testo troppo lungo, consiglio sempre all’autore di estrarre solo un frammento. Il frammento talvolta è più bello del testo nel suo insieme. Alda Merini mi faceva leggere poesie un po’ sbrodolate; testi che diventavano quasi narrativa; sicché è stato meglio prendere frammenti dai suoi testi.

Il disorientamento che si avverte nel discorso che va per le lunghe, evidentemente. La suggestione di frammenti in qualità di magnifica fonte; continua ispirazione anche per la formazione d’altri aforismi.

In ultimo, consiglio vivamente di scrivere aforismi, perché fa bene. Come dicevo, nel mio caso ho iniziato a conoscere me stesso scrivendo aforismi.

In questo senso il tuo scrivere aforismi sembrerebbe prendere forma anche di diario intimo. Tramite la pratica dell’aforisma peraltro viene più spontaneo, quando possibile, sottrarsi al più comune discorso. Viene fatto di pensare che si sia in grado allora di tacere digressioni, lungaggini. L’importante dimora nell’es- senziale, differenza tra qualità e non qualità: al di là dei generi e della struttura dell’aforisma.